IL VILLAGGIO INDIGENO DI GENTERORY
Ma quando, nel 1768, i gesuiti furono cacciati dal Paraguay, come da altri tanti paesi nel mondo, gli indigeni abbandonarono le riduzioni e tornarono nella foresta.
Mi è davvero difficile entrare in questa logica di vita. Eppure la semplicità con cui si lasciano guidare dal Creato è affascinante e nello stesso tempo illuminante.
La natura è rigogliosa, invadente. Gli animali, che siano mucche, asini, cani, cavalli, maiali, galline, pappagalli, girano indisturbati accanto ai motorini che sfrecciano. Le piogge sono scrosci d’acqua importanti, che rendono la terra una palude. Non si può uscire se non per giocare e scivolare. Il sole è caldo, impone la sua presenza senza lasciare tregua. È il tempo che fa da padrone, non l’uomo. L’uomo ancora qui accoglie, lascia che sia, non si scompone. Se piove non si esce, perchè le strade sono impercorribili e le case allagate. Se è molto caldo il corpo reclama riposo, che non è solo un non far niente, ma è uno stare insieme, sempre, all’ombra, dialogando.
Per arrivare qui dalla capitale ci vogliono 10 ore di pullman e quasi altrettante di barca. Quasi un giorno intero, se tutto va bene. E questo perchè non ci sono strade asfaltate. Nel Chaco la maggior parte degli spostamenti avviene lungo il fiume. Sono viaggi lenti, di ore e ore, immersi tra sponde di foresta. È un’ingiustizia, e forse, ancora, una grazia, perchè ritma la vita diversamente, permette di gustare altro, e di lasciare che il potere non si trasformi in velocità, e la velocità nella fine della contemplazione della firma di Dio in questa spettacolare Creazione.
Non è solo poesia la vita qui. È povertà, mancanza di prospettive, isolamento. O meglio, ai miei occhi europei è tutto questo. Per loro, non lo so. Ancora non mi è stato dato di capirlo. Continuo a guardare, a gustare, a pormi domande. E soprattutto a sorridere di fronte a quella libertà di chi non si preoccupa, ma accoglie.
Suor Serena Vasconi